Una cosa divertente che non farò mai più? La non-fiction di David Foster Wallace

Chiara Pietrucci

Abstract


Con questo intervento si tenterà un’embrionale ricognizione di caratteri e costanti della non-fiction di David Foster Wallace (Ithaca, 1962 – Claremont, 2008). Dai primi anni Novanta Wallace scrisse, anche per necessità economiche, experiential essays e racconti-saggio per importanti riviste come «Harper’s», «Playboy» e «Premiere». Nell’eterogeneità dei temi trattati la prosa di Wallace si volge rapidamente all’indagine sociologica di dipendenze, nevrosi e idiosincrasie di una nazione (conformismo, passività, narcisismo, depressione, solipsismo), descritte con virtuosismo stilistico inarrivabile e dissacrante comicità. Naturalmente, nonostante la focalizzazione sulla nonfiction, e in particolare sul capolavoro del genere Una cosa divertente che non farò mai più, non si potranno evitare del tutto contatti e paragoni con la produzione più strettamente narrativa e in particolare con il megaromanzo Infinite Jest.

Since early Nineties the American writer David Foster Wallace (Ithaca, 1962– Claremont, 2008) wrote several experiential essays published by important magazines such as «Harper’s», «Playboy, and «Premiere». This paper tackles features and characteristics of Wallace’s nonfictional prose, especially referring to A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again, universally claimed as a masterpiece of the genre.

 


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DOI: http://dx.doi.org/10.13138/2037-7037/1616

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