La paura del processo. Spunti nella penalistica italiana (secoli XVIII-XX)

Marco Nicola Miletti

Abstract


L’ormai classica Storia della paura di Jean Delumeau riservava gli ultimi capitoli ai processi contro le streghe, tradizionalmente annoverate nell’Occidente moderno (al pari del musulmano, dell’ebreo, dell’eretico, della donna) tra i soggetti antagonisti e destabilizzanti. La scelta editoriale attestava le biunivoche interferenze tra rito giudiziarioe paure: il primo catalizzava le seconde e nel contempo tracciava un formale percorso di catarsi individuale e pacificazione pubblica. 

 

Il doppio circuito si radicava nella teologia politica. Dopo il peccato originale, spiegava Giambattista Vico nel Diritto universale, la religione si presentò come summi Numinis metus, tanto da ispirare a Petronio il motto – frainteso dagli empi – Primos in orbe deos fecit timor. Il provvidenziale «spavento di quella immaginata Divinità», precisava il filosofo napoletano nella Scienza Nuova seconda, aveva accompagnato l’«Umanità» ferina dello Stato eslege verso un «qualche ordine» giuridico.

Con le potenti affabulazioni vichiane denotava più di un’assonanza il Programma di Francesco Carrara laddove ricostruiva gli albori della storia del giudizio, e in particolare la fuoruscita dallo stato di natura: «La religione, prima civilizzatrice della umanità, si intromise [nelle] lotte brutali che [...] insanguinavano la terra. La prima parola di giustizia fu proferita agli uomini a nome di Dio»: d’altronde «genti use soltanto a rispettare la forza non avrebbero» obbedito se non a «una forza divina, arcana, invisibile». Formatosi lo Stato moderno, le «autorità secolari» – proseguiva il maestro lucchese – riuscirono a «strappare poco a poco al sacerdozio» il potere giudiziario, che tuttavia, prima della ‘separazione’ montesquieviana, conservava «forme arbitrarie» e autocratiche e «subi[va] i suggerimenti della paura».

 



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